Ho pensato a lungo prima di dire la mia sulle incompetenze linguistiche dei laureati. Argomento ustionante, all’improvviso: dallo scandalo degli aspiranti magistrati che masticano male grammatica e ortografia, all’articolo di Smargiassi sull’analfabetismo nelle università, vari e interessanti interventi si sono avvicendati sui blog. Ora, riordinando le tante idee, vorrei fare alcune considerazioni.
Laureatoi
Il titolo di questo post è rubato a un articolo di Ceronetti degli anni Settanta. Allora non c’erano lauree triennali e specialistiche, debiti e crediti formativi erano di là da venire. Eppure Ceronetti coniò un termine molto eloquente: laureatoi. Se allora era disfemismo, oggi è realtà.
Gli atenei sono ormai catene di montaggio dove ci si illude di costruire pezzo per pezzo, con smilzi programmi e frettolosi test, figure professionali “da immettere sul mercato del lavoro”. Numeri da vertigini, quelli citati da Ceronetti allora, figuriamoci oggi. C’è da stupirsi se ogni tanto scappa una partita di soggetti difettosi di un congiuntivo, di un’h, di una doppia, della lingua italiana tutta? Succede sì, che ci si possa diplomare e laureare senza masticarne una parola. Un prestigioso Politecnico nazionale sconsiglia gli studenti stranieri di frequentare corsi di italiano: a che servirebbe?
Questi laureati sono come il vino falso, al quale il trafficante attacca certe etichette: barbera, grignolino, barolo, freisa, valpolicella. Così abbiamo il medico, l’architetto, il professore di lettere, lo psicologo, l’avvocato, il farmacista, l’economista.
Tempi stretti per i corsi, e ancor di più per valutare, o meglio, esonerare. Ripeto: numeri da vertigini, stormi di insetti nei grandi atenei. I piccoli si arrangiano come possono, con la cronica mancanza di liquidi.
I ragazzi
Tra le mie occupazioni, ho insegnato e insegno scrittura in facoltà tecniche e letterarie, da esterno. Come la vista del sangue per un medico, gli svarioni grammaticali e il verbicidio quotidiano non mi fanno più impressione, anche in soggetti adulti e maturati. Perché il problema è a monte. A patto, ovviamente, che si voglia ancora prendere sul serio una laurea (cosa che temo accada sempre più di rado).
In linea di massima, concordo con quanto ha scritto Luisa Carrada nel suo blog: prima ancora della competenza linguistica, è in gioco la competenza comunicativa. I fondamentali del dell’intendersi. Continuo a stupirmi di come questi ragazzi manchino di intuito pratico nelle cose più semplici (ormai devo sempre specificare: la tesina con indice e numero di pagine), di capacità di sintesi (gli appunti, genere di scrittura importantissimo, assomigliano sempre di più ai verbali dei carabinieri nelle barzellette). E di quanto siano inconsapevoli del destinatario, nello scritto e nell’orale. Di come ignorino che ogni interlocutore e ogni circostanza abbia un colore particolare, un registro con cui armonizzarsi, non per aderire all’etichetta, ma per stabilire un dialogo.
L’impressione è di appiattimento. Nell’informale selvatico o nel più fantozziano eccesso di soggezione. Anche nel copiare le tesine tutti dai primi dieci risultati di google (riconoscerei il wikipediano alla prima lettera). Copiare senza farsi sorprendere è il genere più creativo che la scuola ti insegna: se anche questo è ormai sterile copia-e-incolla, dove andremo a finire?
Ma soprattutto mi sembra che nelle teste dei giovani studenti regni una grande confusione: chi tra di loro vuole occuparsi di comunicazione forse ha in mente solo la patina che su questa parola luccica. Raramente si interessano di quel che accade attorno, quasi mai vanno a fondo. Hanno le idee vaghe, ma temo che nessuno li abbia mai aiutati a chiarirle.
Ecco. So che sarebbe un gioco al massacro cercare il capro espiatorio, scaricare il barile: i docenti universitari da sempre lo lanciano ai prof delle superiori, questi ultimi ai colleghi delle medie e via risalendo… fino all’atto della concepimento? Chi dei due, il papà o la mamma?
E se fosse invece tutta la catena ad essersi consumata, ad aver rinunciato per quieto vivere? Si sa, i ragazzi di oggi sono estremamente sensibili alle osservazioni. Spiegare loro che un testo non è mai pronto alla prima stesura è controproducente. Rimangono facilmente turbati, e a loro volta gli educatori, temendo il loro turbamento, si turbano.
Dai testi ai test
Perché dai testi ai test non si è persa solo una i. Prendete una grammatica delle superiori e confrontatela con una delle medie di vent’anni fa: potrete constatare che sono uguali, supergiù, per approfondimento e difficoltà, per spessore non solo fisico. Oggi interessa la domandina facilitata, il quizzettino con suggerimento, l’aiutino del pubblico e la telefonata a casa. Inserisci il cdrom con il questionario preconfezionato e l’autovalutazione aritmetica.
Si semplifica, sempre e comunque. Per la carità, mia nonna mandava a memoria Omero alle elementari: siamo tutti figli della facilitazione. Ma l’impressione è che si sia toccato un punto di non ritorno nel diluire, tagliare, predigerire. Tanto da potersi laureare senza aver mai superato un vero scoglio, una prova, una vera difficoltà. Ma una volta usciti nel mondo concreto, lo scoglio viene subito… al pettine, spaccandolo.
Aveva ragione Rudolf Steiner: non si dovrebbe aver paura di presentare ai bambini ciò che ancora non possono comprendere. Non sembri in contraddizione con ciò che vado predicando in questo blog. La chiarezza, la spontaneità, si guadagnano solo guardando in faccia il complesso, anche il caos.
Un mestiere
Non so se mi ri-laurerei, dovendo rivivere. Mi dedicherei piuttosto a un lavoro, imparerei prima possibile un mestiere, come ho fatto poi diventando agricoltore. Perché scrivere è un’attività manuale, un lavoro da artigiani. E’ più simile alla semina e al raccolto, con tutte le intemperie, le attese, i batticuori che ci sono in mezzo. Non si impara in laboratorio, ma sul campo. Ecco come concludeva luminosamente Ceronetti:
Il mestiere libera, non la laurea. Il mestiere vendica le lauree inutili; meglio se accompagnato dallo studio, come raccomandavano gli antichi rabbini. Legatore di libri, agricoltore, falegname, creatore di giocattoli e di strumenti musicali, apicultore… Esempio solare è Baruch Spinoza: si guadagnava la vita tagliando le lenti, alla perfezione. Imparò anche il disegno e sapeva fare buoni ritratti. Pensava in modo sovrano. Rifiutò la cattedra sontuosa che gli offriva, ad Heideberg, l’elettore palatino, perché diventando cattedratico temeva che non sarebbe più stato un vero filosofo.
PS: Male di laurea di Guido Ceronetti è contenuto in La carta è stanca, pubblicato da Adelphi.