A chi scrivi?
Dicembre 6, 2007
Scrivere richiede un piccolo atto di fede: fede che qualcuno leggerà. Di questi tempi sarebbe quasi un miracolo, vista l’incredibile abbondanza di parola scritta che ci circonda.
Prima ancora di metterci al lavoro, allora, chiariamoci a chi stiamo scrivendo. Quando parliamo con qualcuno è naturale farsi un’idea di chi ci ascolta. Impariamo a farcene una anche di chi legge.
Certo, è difficile, perché quando scriviamo siamo soli. Il nostro interlocutore non è presente, e quindi non può stimolarci con i suoi interventi. Non possiamo guardarlo negli occhi, toccarlo, capire se ha capito. Il nostro scritto andrà da lei (o lui) al nostro posto, ma noi non saremo là a difenderlo o a spiegarlo.
Eppure uno scritto non è mai un monologo, ma un dialogo. Un dialogo in cui mancano le battute del lettore. Chi scrive deve imparare a immaginarle.
Avviciniamo allora la pagina a chi vogliamo che la legga. Facciamo che il testo parli a lui, e non a sé stesso (o peggio a noi stessi). Dimostrare attenzione per chi, come il lettore, è assente: non c’è modo migliore per disporre gli animi all’ascolto.


