Come una scatola di montaggio

Dicembre 10, 2007

Il lettore non ci sente parlare, né viene aiutato dai gesti che utilizziamo per spiegarci. Vede soltanto delle parole distribuite su di una superficie. Da queste, se tutto va bene, risale a quello che volevamo dire.

Non dimentichiamo quindi che uno scritto richiede un certo impegno al lettore: non lo si “beve” come un film, in cui le scene scorrono già pronte su uno schermo. Un film va avanti anche se lo spettatore si addormenta, un racconto scritto no. E’ il lettore che deve ricreare il senso, ricostruire la storia, dare un volto ai personaggi sulla base degli indizi che gli diamo.

Per questo si dice che lo scritto non “contiene” il suo significato, ma le istruzioni per ricostruirlo. E’ un kit di montaggio: senza la buona volontà del lettore rimangono solo tanti pezzi sparsi.

Impariamo quindi a non chiedere troppo al lettore, soprattutto quando è poco esperto. Valutiamo i suoi limiti. Siamo noi a dover compiere il massimo sforzo.

In uno dei suoi tanti racconti sul gulag, Varlam Salamov descriveva la fatica di scrivere con l’immagine di una squadra di deportati che traccia una strada nella neve: una strada, non un sentiero pieno di buche, dove è più difficile avanzare che sulla neve vergine. “Quanto ai trattori e ai cavalli,” concludeva “su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori”.

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