Qual è l’accento sulla e?

Gennaio 5, 2008

Non per mettere i cosiddetti puntini sulle i. Però noto sul sito di un importante quotidiano torinese (si sa, su internet non si fanno mai i nomi) una certa lassezza riguardo agli accenti. Alcuni esempi:

Il dono senza perchè (Barbara Spinelli, 23/12/2007)
Germania, violenta la sua ex: sconto della pena perchè sardo (incredibile sentenza ad Hannover, cronaca, 11/10/2007)
Perchè fate sesso? (instant poll online)

Già, perché? L’accento grave, intendo. Su perché dovrebbe essere acuto (ovvero: e chiusa), malgrado qui in Piemonte si tenda ad aprire tutte le vocali.

Non me ne vogliano gli autori. Si sa, l’html è malandrino. Bisogna inserire manualmente gli accenti e molto spesso gli addetti ai lavori non vanno per il sottile.

Acuto o grave?

Eppure nell’italiano scritto le regole per l’accento tonico sono molto semplici. Dimenticatevi pèsca e pésca, perché nella scrittura la questione si pone molto raramente:

  • Le vocali a, i, o, u hanno sempre l’accento grave (suono aperto): dovrà, Forlì, può, più

  • Solo la e ha di regola l’accento acuto: perché (come benché, affinché, nonché ecc.), né (altro tasto dolente), sé (il pronome), poté, ventitré ecc.

Fanno eccezione: è (verbo), cioè, caffè, tè, ahimè/ohimè, bignè.

E inoltre: una serie di altre parole demodè come coccodè, bebè, canapè, lacchè, narghilè, e i nomi propri Noè, Mosè, Giosuè, Averroè, Salomè (per questi ultimi esempi, grazie a Wikipedia).

Chi volesse l’ultimo verdetto, può consultare la spiegazione dell’Accademia della Crusca. Esauriente ma labirntica e poco web-genica.

Grazie infine allo spassosissimo Osservatorio Permanente dello Strafalcione per l’immagine in testa a questo post.

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