Sulla punteggiatura in rete trovo particolarmente utile il prontuario di Carla Lattanzi. Giusto per darsi una regolata. In questo post invece vorrei toccare quello che le regole non dicono.
Nella punteggiatura ci sono pochi punti fermi, ma molte possibilità. Mai come in questo caso le norme sono fatte per essere infrante. Bisogna educarsi a scegliere, coltivare l’istinto (cosa possibilissima, ne sono certo) della pausa.
La punteggiatura ha preso quindi il posto che nella lettura ad alta voce ha il respiro, l’impronta del ritmo. Alla pausa tra un segmento e l’altro ha sostituito lo spazio.
Una volta si scriveva per leggere poi ad alta voce. Oggi questa eventualità è rara: la scrittura è diventata molto silenziosa. Non è più il respiro che detta il ritmo delle parole. Non usiamo più le labbra e i polmoni, ma quasi solo gli occhi, che sempre più spesso saltano da una frase all’altra interrompendo il filo del discorso.
Il ritmo della punteggiatura oggi è molto diverso da quello della voce: se state trascrivendo un discorso orale e provate a inserire punti e virgole a ogni pausa, otterrete risultati disastrosi. Ma allora, quali sono i “tempi” della punteggiatura?
La punteggiatura divide, e proprio per questo la punteggiatura unisce. Divide le parole appena lette da quelle che verranno; già solo per questo, unisce le parole appena lette come un unico blocco di senso.
La punteggiatura crea uno spazio di silenzio all’interno del quale le parole appena lette risuonano e acquistano un senso. I diversi segni di interpunzione servono a stabilire i gradi, le gerarchie dei blocchi in cui si divide un periodo e un paragrafo.