Archivio per il 'RRREgole'Categoria

MaiuscoLe abusate

Gennaio 21, 2008

Ma quanti inchini, quante reverenze, quante maiuscole affettate appuntiscono gli scritti di lavoro:

Gentile Cliente, Le scriviamo per informarLa che La Sua richiesta ci è pervenuta…

Troppo? Credo di sì. Anche nelle lettere commerciali le piogge di maiuscole hanno fatto il loro tempo. Nelle email , poi, fanno crepare dal ridere. Eppure questa deformazione professionale è dura a morire. La manterrei, al massimo, per il Padre Eterno (se volete).

Io seguo una regola di carattere generale: l’iniziale maiuscola per i nomi propri e per i nomi comuni usati come propri. Ad esempio:

  • Il cavaliere (se è un comune cavaliere)
  • Il Cavaliere (se è proprio lui, avete capito bene)

Perciò, gentile azienda, io non le faccio il torto di adularla con ecatombi lettere capitali. Ma lei non mi illuda di essere il Cliente, perché so che sono uno tra i tanti.

La maiuscola dove la metto?

In italiano l’uso della maiuscola è piuttosto contenuto. E necessaria con:

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Cielo igiene e superficie

Gennaio 11, 2008

Avete fatto caso a come Battiato pronuncia il “cielo”?

Il c-i-elo è primordialmente puro…

Ovviamente si tratta di una genuina e simpatica inflessione sicula. Però in italiano la i che sta in cielo in realtà non si pronuncia.

E’ una lettera fantasma, così come in igiene, superficie e in cieco, e non c’è davvero nessuna differenza tra la pronuncia di cielo e celo (nascondo), cieco e ceco (abitante della Rep. Ceca). Quella i è il residuato di vecchie convenzioni non più in voga, ma si è conservata fino ad oggi. (Ecco la spiegazione dell’Accademia).

Be’? Perche quelle facce? Tutti teniamo qualche pezza, qualche abito aldilà dello stretto necessario. La lingua fa lo stesso, quella scritta soprattutto.

Tuttavia quella i può giocare brutti scherzi. Una spiegazione esauriente è un’impresa ardua e improbabile. Vediamo come evitare gli errori più comuni. Tornerò sull’argomento sicuramente (e sono bene accetti gli interventi dei lettori!).

I nomi in -gia/-cia

Nelle parole che finiscono in cia/gia la i serve a distingure dal suono “velare” o duro di ga/ca. Se c/g è preceduta da vocale, la i si conserva anche al la e del plurale:

ciliegia/ciliegie acacia /acacie camicia/camicie (occhio però a camicetta)

Se c/g è doppia o preceduta da un’altra consonante, la i scompare al plurale:

spiaggia/spiagge pioggia/piogge treccia/trecce freccia/frecce frangia/frange arancia/arance lancia/lance pancia/pance

Il congiuntivo

Gennaio 9, 2008

created by Lost Slade
Viste le recenti cronache, è sacrosanto un bel post sull’uso del congiuntivo. Per farlo, abbiamo bisogno di una tronista e un corteggiatore:

Il corteggiatore: Forse ti chiedi chi io penso che tu sei
La tronista: Già, dimmelo, chi pensi che io sono?”
(Conversazione captata da Amici di Maria de Filippi)

Il congiuntivo apre una finestrella sul possibile: quel che ti dico adesso è un’ipotesi (chi io penso che tu sia), non una radiografia (chi io penso che tu sei). Chi evita il congiuntivo azzarda opinioni spacciandole per dati di fatto.

Ma non solo. Se dico “chi io penso che tu sei” prendo in considerazione solo il mio punto di vista, il giudizio perentorio su te. Se dico “chi io penso che tu sia” lascio uno spiraglio al punto di vista di chi ascolta. Provare per credere.

 

Guida al congiuntivo

L’errore più ricorrente, secondo la mia esperienza, è nel periodo ipotetico. Attenzione: il condizionale non è congiuntivo!

Se io farei facessi

E’ OBBLIGATORIO

  • Dopo le congiunzioni sebbene, purché, nel caso che, e simili.
  • Dopo espressioni impersonali che evidenziano uno scopo o una eventualità: è necessario che, può darsi che, e simili
  • Dopo i verbi che esprimono un desiderio o una volontà: augurarsi, sperare, e simili
  • Dopo qualunque e chiunque quando esprimano un’idea di possibilità

PUÒ ESSERE USATO IN ALTERNATIVA ALL’INDICATIVO

  • Dopo le espressioni è bene, è utile, ecc. + che se si vuole fornire una sfumatura di possibilità
  • Nelle interrogative indirette (Mi domando se va/vada bene) e nelle comparative (Sei arrivato più tardi di quanto temevo/temessi).
  • Dopo verbi di opinione come credere, sembrare, pensare ecc.

Qual è l’accento sulla e?

Gennaio 5, 2008

Non per mettere i cosiddetti puntini sulle i. Però noto sul sito di un importante quotidiano torinese (si sa, su internet non si fanno mai i nomi) una certa lassezza riguardo agli accenti. Alcuni esempi:

Il dono senza perchè (Barbara Spinelli, 23/12/2007)
Germania, violenta la sua ex: sconto della pena perchè sardo (incredibile sentenza ad Hannover, cronaca, 11/10/2007)
Perchè fate sesso? (instant poll online)

Già, perché? L’accento grave, intendo. Su perché dovrebbe essere acuto (ovvero: e chiusa), malgrado qui in Piemonte si tenda ad aprire tutte le vocali.

Non me ne vogliano gli autori. Si sa, l’html è malandrino. Bisogna inserire manualmente gli accenti e molto spesso gli addetti ai lavori non vanno per il sottile.

Acuto o grave?

Eppure nell’italiano scritto le regole per l’accento tonico sono molto semplici. Dimenticatevi pèsca e pésca, perché nella scrittura la questione si pone molto raramente:

  • Le vocali a, i, o, u hanno sempre l’accento grave (suono aperto): dovrà, Forlì, può, più

  • Solo la e ha di regola l’accento acuto: perché (come benché, affinché, nonché ecc.), né (altro tasto dolente), sé (il pronome), poté, ventitré ecc.

Fanno eccezione: è (verbo), cioè, caffè, tè, ahimè/ohimè, bignè.

E inoltre: una serie di altre parole demodè come coccodè, bebè, canapè, lacchè, narghilè, e i nomi propri Noè, Mosè, Giosuè, Averroè, Salomè (per questi ultimi esempi, grazie a Wikipedia).

Chi volesse l’ultimo verdetto, può consultare la spiegazione dell’Accademia della Crusca. Esauriente ma labirntica e poco web-genica.

Grazie infine allo spassosissimo Osservatorio Permanente dello Strafalcione per l’immagine in testa a questo post.

Di tutto un pò

Dicembre 18, 2007

Il fiume PoOvvero dei monosillabi. Un po’ si scrive proprio così, con l’apostrofo, perché è il troncamento di poco. Per lo stesso motivo vogliono l’apostrofo anche gli imperativi fa‘ (fai), va‘ (vai), di‘ (dici).

Il software T9 del mio cellulare (un Samsung di fascia alta), compone automaticamente , fà, và, dì. Da notare che solo l’ultima di queste parole esiste in italiano. Ogni tentativo di rieducazione del software si è rivelato finora inutile.

Accenti e apostrofi sui monosillabi non sono un abbellimento come le palline di natale che in questo periodo infestano le case: basta un segnetto sopra o accanto alla lettera e si ottiene una parola diversa. Vediamo di fare un po’ di ordine.

L’accento

Nella grafia dell’italiano, un monosillabo ha l’accento se ne esiste un altro che si scrive allo stesso modo, ma è atono. Ecco un elenco di coppie omografe:

che (cong. o pron. relativo) / ché (abbreviazione di perché)
da (prep.) / (verbo dare)
di (prep.) / (= “giorno”, nome)
e (cong.) / è (verbo essere)
la (art. o pron.) / (avverbio di luogo)
li (pron.) / (avv.)
ne (pron.) / (cong.)
se (cong.) / (pron.)
si (pron.) / (avv.)
te (pron.) / (nome)

Non hanno invece mai l’accento le parole: do, fa, fu, me, mi, no, qua, re, sa, so, sta, sto, su, tre.