Sant’Antonio e le sue catene

Febbraio 3, 2008

Alimentare catene di sant’Antonio via email è stupido, oltre che ingenuo e rischioso. Chi crede ancora a bambine leucemiche a cui AOL offre 30 centesimi per ogni mail inoltrata farebbe meglio a leggere qui. E lo stesso discorso vale per la lebbra e tutti gli altri mali, curabili o inguaribili, digitali o biologici (il nuovo tumore al seno! il virus della torcia olimpica!), per i marescialli della guardia di finanza e per le ragazze morenti sul ciglio della strada.

Le stesse storie girano ormai da decenni in rete. Dovremmo saperle riconoscere, no? Tutte le richieste di diffusione, le promesse di guadagni, le raccolte di fondi tramite l’inoltro indiscriminato di email sono bufale, bufale bufale.

Non fatevi manipolare le emozioni. Le richieste di aiuto hanno altre vie per raggiungere le persone. Se non vi interessa infrangere la netiquette, almeno non fate la figura dei fessi.

Non ne avrei parlato, ma purtroppo molte persone (anche insospettabili) ci cascano. Perché inviare a un amico una mail che ti augura di finire sotto un treno, la morte del fidanzato, il cimurro al cane se non la invii anche tu ad altre ignare vittime? Perché?


Snodi di parole

Gennaio 30, 2008

Quando avevo un comune cellulare e mi arrivava un sms, bastava premere un tasto per leggerlo. Ora che ho uno smarthphone, il tasto messaggi a volte mi conduce alle email, devo cambiare cartella o account, tornare indietro alla pagina iniziale e rientrare… cos’è il progresso?

Il progresso è trovare la via più diretta e immediata. Se siete fumatori e prima di fare qualcosa vi accendete una sigaretta, provate per una volta a farla e basta. Provate la differenza.

Se state scrivendo

si propone di offrire

provate con

offre

Invece della

domanda inerente a

la

domanda di

le

potenzialità derivanti dall’introduzione di nuove tecnologie

sono

le potenzialità delle nuove tecnologie

Eliminiamo gli snodi, le perifrasi inutili, gli astrattismi, gli assolutamente sì realtivi a, tutta la burocrazia verbale che ci fa scrivere (e parlare) non più come libri stampati, ma come dei 740. E ci allontana sempre di più dalla vita reale.


Il cartello è qui

Gennaio 28, 2008

A Milano i cartelli Ecopass spuntano come funghi. Soprattuto fuori della ZTL (Zona Traffico Limitato). E non intendo i manifesti cartacei (sì, anche quelli), ma cartelli in lamiera come quello nella foto qui a fianco. Segnaletica verticale.

Qual è il problema? Un cartello è piantato nel suolo, in un luogo preciso. Qualsiasi sia il suo messaggio, è sottointeso: qui, da qui o fin qui. Segnalare a lettere capitali una limitazione al di fuori - anche molto - di quella zona è fuorviante.

Certo, nella parte inferiore si precisa “in centro città”. Ma la piramide rovesciata vale anche in questo caso: alla guida, quanto tempo abbiamo per leggere oltre la testa di un cartello già troppo denso?

A voler essere maligno (ma non lo sono): vista la formula “se entri oggi, paghi entro domani”, quanti ignari forestieri si precipiteranno a corrispondere la somma dell’ingresso credendo di essere stati colti in fallo?

In realtà, le porte Ecopass sono annunciate da un cartello molto più modesto (qui a lato), affiancato indicazioni supplementari. Come a dire: prendetivi il vostro tempo. Alla fine, per andare sul sicuro, guardate le telecamere puntate: sono almeno quattro-cinque, minacciosissime. Linguaggio universale.


Scomunicazione interaziendale

Gennaio 25, 2008

Quando si rivolgono al pubblico, spesso le aziende parlano arabo. Quando parlano tra loro - tanto ci capiamo! - è un cruciverba senza schema: ogni frase è una labirintica definizione da cui bisogna dedurre una parola sola. Da inserire liberamente nel quadro da destra a sinistra o da sinistra a destra.

Come in questo fax, che non è uno scherzo dei soliti ignoti, ma arriva dall’ufficio acquisti di un’azienda “leader” nella produzione di impianti a gas, con filiali in tutto il mondo.

L’autore avrebbe potuto potuto essere lapidario, ad esempio così:

Gentile Fornitore

dal prossimo 1 febbraio invieremo i nostri ordini di acquisto via email e non più per fax. Le chiedo quindi di inviare il suo indirizzo di posta elettronica alle nostre collaboratrici, se possibile entro il 25 Gennaio.

Ma un foglio A4 è grande, meglio non sprecarlo per poche righe. E allora via con questo capolavoro di diplomazia e mediazione. Come lavarsene le mani? Usate l’impersonale (è decisione) invece dell’io. Staccate le azioni da chi si presume le compia (sono a decidere invece di decido). Alla fine anche i verbi si dissoceranno dai legittimi soggetti (appuratene) e i pronomi dai loro referenti (che ne autorizzerò l’invio).

Che la crisi italiana passi anche dall’incapacità di farsi capire? O viceversa? Non so se mi sono capito.


Il burocratese domato?

Gennaio 23, 2008

Michele A. Cortelazzo, professore ordinario dell’università di Padova, da dieci anni lavora alla semplificazione del linguaggio amministrativo. Ha un sito dedicato all’area di Padova e comuni limitrofi con esempi di riscritture e un elenco di 30 regole per scrivere testi amministrativi chiari.

Si parla di leggibilità, attenzione per il destinatario, linguaggio diretto e concreto. Tutte indicazioni che diremmo quasi naturali, ammessa la buona volontà di farsi capire.

Rimane il mistero del perché, una ragione antropologica che spinga a scrivere “documento di viaggio da obliterare” invece di “biglietto da timbrare”, un filo rosso che colleghi i linguaggi segreti delle corporazioni medievali con… il “conferimento dei rifiuti”?

Ho già esperesso il mio parere: corazzarsi di parole significa inciampare nell’azione. “È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo” scriveva Kafka negli Aforismi di Zürau: questo valga per tutti. Gettiamo l’armatura, non temiamo la trasparenza.


Non si scrive soltanto

Gennaio 22, 2008

Scrivere non è soltanto scrivere: bisogna aver fatto, visto, conosciuto qualcosa prima di far scorrere le parole. Perché la scrittura è un universo-specchio, ha bisogno di costellazioni, non ha luce propria.

Lo sapeva bene quell’angelo di Kafka (proprio così, anche se il suo nome in ceco significa: cornacchia), che nei suoi Diari annotava:

La non autonomia dello scrivere, il suo dipendere dalla cameriera che accende la stufa, dal gatto che vi si riscalda, anche dal povero vecchio che vi si riscalda. Tutte queste sono operazioni autonome, che obbediscono a una loro legge, soltanto lo scrivere è inerme, non abita in se stesso, è divertimento e disperazione.

Divertimento e disperazione: due vecchie conoscenze di chi scrive ogni giorno. Perché la scrittura è tirarsi fuori dal giro delle azioni e delle cose, guardarle da fuori con occhi speciali, più aguzzi. Non farne parte, anche solo per un attimo.

Ma che sollievo quando stacchiamo gli occhi dallo schermo, torniamo a toccarle di nuovo, essere riaccolti.


MaiuscoLe abusate

Gennaio 21, 2008

Ma quanti inchini, quante reverenze, quante maiuscole affettate appuntiscono gli scritti di lavoro:

Gentile Cliente, Le scriviamo per informarLa che La Sua richiesta ci è pervenuta…

Troppo? Credo di sì. Anche nelle lettere commerciali le piogge di maiuscole hanno fatto il loro tempo. Nelle email , poi, fanno crepare dal ridere. Eppure questa deformazione professionale è dura a morire. La manterrei, al massimo, per il Padre Eterno (se volete).

Io seguo una regola di carattere generale: l’iniziale maiuscola per i nomi propri e per i nomi comuni usati come propri. Ad esempio:

  • Il cavaliere (se è un comune cavaliere)
  • Il Cavaliere (se è proprio lui, avete capito bene)

Perciò, gentile azienda, io non le faccio il torto di adularla con ecatombi lettere capitali. Ma lei non mi illuda di essere il Cliente, perché so che sono uno tra i tanti.

La maiuscola dove la metto?

In italiano l’uso della maiuscola è piuttosto contenuto. E necessaria con:

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Questione di tatto

Gennaio 18, 2008

Se un’idea vi sorvola la mente, non datela in pasto al palmare ma acciuffatela con carta e penna.

Il triangolo mano-biro-carta è chiuso all’errore. Non puoi correggere all’infinito e senza macchie come a video. Cancelli, strappi il foglio, devi riscrivere da capo. L’errore - nella scrittura e nella vita - è indispensabile per crescere. Ma a una condizione: che si debba pagare, anche solo simbolicamente. Se sbagliare è gratis, cosa imparerò mai?

Trovarsi di fronte a una pagina bianca, bianca per davvero, è salutare come una scampagnata. La biro che oscilla nella mano è più fertile di presagi che il pendolino del radioestesista. Se non lo fate da tempo, provate: le idee pioveranno a catinelle. Perché le idee non si creano, ma accadono.

Niente a che vedere con le tangenziali congestionate dei nostri schermi: notifiche, messaggi del sistema, antivirus, allerte, google news, messenger, email… la pagina bianca elettronica non esiste.

Certo, gran bella cosa la rete, il web 2.0. Lo dico senza ironia. Ma la vera sfida dei prossimi anni non sarà connettersi. Verranno anche in capo al mondo ad attaccarvi la sempre più impalpabile spina. La vera conquista sarà ritagliarsi dei momenti in cui chiamarsi fuori, e toccare qualcosa. Qualcosa di concreto, come un pezzo di carta, un dito d’inchiostro, una tasca a soffietto. Non quei simulacri da video che chiamiamo icone.

Perché è solo uscendone che possiamo guardare in faccia ciò che stiamo facendo. Questo insegna la pratica della scrittura. Questo non dovremmo dimenticare.


Come farsi cestinare una email, 2

Gennaio 17, 2008

Un cinghiale vi sta caricando e non sapete quante pallottole avete in canna. Cosa fate? Sparate in aria un paio di colpi per vedere se il fucile funziona?

Non per mettervi ansia, ma quando scrivete una email pensate al cestino che si avvicina al trotto. Come il facocero, è felice di fare a pezzi il frutto della vostra fatica e, se potesse, anche voi stessi. Non sprecate i colpi. Dite subito cosa volete. Centrate il bersaglio: per farlo, non dovete nemmeno esercitarvi al poligono di tiro.

Ma io credo nell’omeopatia. Credo che per curare un male ci voglia un male simile. Per questo l’email omeopatica di oggi arriva da una ditta ignota, come il milite. Ignota perché, nel bla bla adulatorio della presentazione si dimentica proprio di presentarsi.

Riassumo i punti principali:

  • Manca il nome dell’azienda, il pay-off (ovvero: cosa fa?), e il link al suo sito internet
  • L’oggetto recita genericamente “collaborazione” quando vorremmo sapere cosa ci vuole vendere
  • Nel corpo del testo non c’è nemmeno una parola-chiave che riconduca al settore produttivo
  • La sintassi traballante potrebbe far pensare alla solita truffa (ma l’azienda esiste veramente: ho rintracciato il sito dal dominio dell’email)
  • Ancora una volta il gergo da corso (per corrispondenza?) di formazione aziendale ci fa sospettare che nemmeno il mittente sappia cosa vuole dire.

Dopo un attacco suicida come questo, cosa aspettarsi dai due allegati? … Antrace?


Come farsi cestinare una email

Gennaio 15, 2008

Si sa, nelle prime righe ti giochi tutto. A volte fin dall’oggetto. E’ la piramide rovesciata: prima mi dici la notizia (chi? cosa?), poi scendi nei dettagli. Se manca la base, addio lettore: la tua email finisce direttamente nel cestino.

Si sa, perché è normale irritarsi se qualcuno tarda ad arrivare al dunque (chiiii? che cooosa?). Ma chissà perché, quando siamo noi alla tastiera, le nebbie dell’oblio ci avvolgono. E allora fiumi, fiumi di parole come le acque di Lete. Tanto è gratis, no?

No, il tempo non è gratis. Anche se tu, caro addetto all’ufficio stampa della TNT (ah, ecco!), forse vieni pagato lo stesso, comunque lo impieghi. Ma voglio darti un consiglio. Fanne tesoro per il tuo futuro, almeno per te stesso: non far leggere agli altri quello che non leggeresti tu.

Buon lavoro.

PS: per chi non l’avesse ancora cliccata, ho inaugurato la nuova pagina Non farsi leggere: archivio di esempi negativi con una email di un noto corriere ai suoi clienti.