Posts Tagged ‘punteggiatura’

Sintassi elettorale

Marzo 2, 2008

pic-0120.jpgQuando il punto stucca. Qualcuno deve aver detto a Veltroni che le frasi brevi interrotte da punti fermi sono molto efficaci. Ma i trucchi funzionano con l’effetto sorpresa, se li applichi come una regoletta perdono la magia, anzi stuccano.

Così gli slogan di Veltroni sono usciti tutti dallo stesso stampino, comando negativo-comando positivo, blando tentativo di riprogrammare la mente al lettore o, cosa più probabile, di frullargli le idee:

Non fare XYXX (punto) Fai YXXY (punto)

Non pensate a quale partito. Pensate a quale paese.

Non cambiate governo. Cambiate l’Italia.

Non rientrate nel caos. Voltate pagina.

Chiude il pay-off che traduce quasi alla lettera lo slogan di Barak Obama:

Un’Italia diversa (punto) Si può fare (punto)

Credo ci sia materiale sufficiente per Crozza.

Dal PD al PDL (che gli esperti di marketing al servizio dei due schieramenti non abbiano valutato la quasi identità delle due sigle? Possibile? Oh no, certo che no…). Qui c’è poco da dire. Prevale lo stile neo-risorgimentale e un po’ muffo del:

Rialzati, Italia!

per il quale la prof. Piemontese ha giustamente augurato una vignetta di Altan che completi l’immagine.

Ma ciò che stupisce è la vaghezza, la genericità, la totale assenza di contenuti concreti, la completa autoreferenzialità di questi slogan. Come non essere d’accordo, a queste altezze da terra? Non c’è il richiamo a nessuna proposta, solo alla faccia dei rispettivi candidati. In altre parole, un atto di fede. O esperti di immagine e marketing, quale vantaggio trarrei dal votare uno o l’altro, qual è il mio benefit?

Anche in questo caso la rete potrebbe insegnare molto. Inviterei a leggere le norme per lanciare una campagna su Google AdWords, che sono molto eloquenti.

Qualcosa di concreto, troppo, arriva forse solo dalla truculenta campagna dell’Italia dei Valori. “Abbiamo tagliato il grasso alla politica”, e fin qui si potrebbe accettare (ma anche dubitare). Peccato poi quello sgambetto, appena sotto l’immagine della bistecca: “Ora tagliamo il marcio”. Con le debite associazioni immagine-parola, a cosa deve correre la nostra immaginazione? Meglio non continuare. Sono vegetariano.

Ehi, leggi qui

Febbraio 19, 2008

Nei titoli non andrebbe mai il punto, soprattutto alla fine. Ma la scrittura non è matematica: rompere la regola una volta tanto può dare uno scossone al lettore e fargli leggere anche regolamenti noiosi come la normativa sulla privacy.

Come in questa pagina di Google in cui mi sono imbattuto ieri, dove un titolo in rosso con due punti fermi mi ha inchiodato allo schermo.

google-desk.jpg

Ovviamente la soluzione funziona nell’estrema pulizia e leggerezza di Google.

Gioco con la virgola

Febbraio 5, 2008

Piccolo test. Qual è la differenza tra queste due frasi?

1. Ho bruciato i fogli che erano inutili

2. Ho bruciato i fogli, che erano inutili

Nota: Sono entrambe corrette grammaticalmente, cambia solo leggermente il senso.

Ogni contributo è bene accetto!

Non cambierei… una virgola?

Dicembre 11, 2007

Se pensate che una virgola in più o in meno non cambi la vita, eccovi un esempio che vi farà cambiare idea. E’ tratto dal Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli. Reggetevi forte:

Non ha giocato come tutti si aspettavano

Non ha giocato, come tutti si aspettavano

Cosa succede? Nel primo caso (senza virgola) la frase fila via liscia fino al punto. E’ un blocco unico. Quel “come tutti si aspettavano” arriva a ridosso di “non ha giocato” e limita la negazione: quindi, malgrado tutto, il soggetto ha giocato.

Non è così nella seconda frase. Perché? Perché “tutto a un tratto vi è uno strappo, un silenzio, un vuoto, una virgola”. Questo spazio ci permette di prendere piena coscienza di ciò che abbiamo appena letto: non ha giocato. Pausa. Quello che segue non può più attenuare la negazione.

Questo esempio ci permette di capire una cosa molto importante. Solo quando incontriamo un segno di punteggiatura noi diamo realmente senso a quello che leggiamo. E allora è proprio vero che “questi istanti di vuoto sono come delle aree di riposo durante una lunga ascensione, ci permettono di renderci conto di quello che stiamo facendo e di gustarlo pienamente” (citazione insospettabile: Tantra di Daniel Odier).

 

Il punto fermo

Dicembre 10, 2007

Punto fermoNumerose sono le virtù del punto fermo, ma voglio citarne solo una: stabilisce la fine di un pensiero. Non è poco. E’ proprio in quello spazio di silenzio alla fine che tutta la frase acquista un senso nella mente del lettore.

Per questo i periodi lunghi e complessi disorientano e disperdono il significato: perché accumulano informazioni senza lasciarle decantare. Finché non si arriva il punto, ogni parola si aggiunge con beneficio di inventario.

Guardate il punto. Proprio qui alla fine della frase precedente, o quello che sta per arrivare. In quel minuscolo segno tutto si compatta. Il punto fermo non dice nulla, eppure è come se racchiudesse l’intero significato della frase.

Ma i benefici del punto fermo non si limitano alla frase appena letta. Il punto permette di riprendere la lettura a mente fresca.

E’ ormai riconosciuto che frasi brevi separate da punti fermi sono più perentorie di una sottolineatura in corpo diciotto. E che tutto ciò che viene dopo un punto è letto con attenzione raddoppiata. E’ un trucco molto usato in pubblicità o nel giornalismo. Tanto che spesso si usa il punto per dividere una subordinata dalla frase principale (come avete appena letto). O creare frasi di una parola sola (che con una “parolaccia” si chiamano olofrastiche). Queste frasi sono efficaci perché lasciano molto all’immaginazione del lettore.

A cosa serve la punteggiatura?

Dicembre 10, 2007

Sulla punteggiatura in rete trovo particolarmente utile il prontuario di Carla Lattanzi. Giusto per darsi una regolata. In questo post invece vorrei toccare quello che le regole non dicono.

Nella punteggiatura ci sono pochi punti fermi, ma molte possibilità. Mai come in questo caso le norme sono fatte per essere infrante. Bisogna educarsi a scegliere, coltivare l’istinto (cosa possibilissima, ne sono certo) della pausa.

La punteggiatura ha preso quindi il posto che nella lettura ad alta voce ha il respiro, l’impronta del ritmo. Alla pausa tra un segmento e l’altro ha sostituito lo spazio.

Una volta si scriveva per leggere poi ad alta voce. Oggi questa eventualità è rara: la scrittura è diventata molto silenziosa. Non è più il respiro che detta il ritmo delle parole. Non usiamo più le labbra e i polmoni, ma quasi solo gli occhi, che sempre più spesso saltano da una frase all’altra interrompendo il filo del discorso.

Il ritmo della punteggiatura oggi è molto diverso da quello della voce: se state trascrivendo un discorso orale e provate a inserire punti e virgole a ogni pausa, otterrete risultati disastrosi. Ma allora, quali sono i “tempi” della punteggiatura?

La punteggiatura divide, e proprio per questo la punteggiatura unisce. Divide le parole appena lette da quelle che verranno; già solo per questo, unisce le parole appena lette come un unico blocco di senso.

La punteggiatura crea uno spazio di silenzio all’interno del quale le parole appena lette risuonano e acquistano un senso. I diversi segni di interpunzione servono a stabilire i gradi, le gerarchie dei blocchi in cui si divide un periodo e un paragrafo.