Posts Tagged ‘senso’

Pensieri vs parole: la sintassi (con un gioco)

Dicembre 19, 2007

Le idee convivono gomito a gomito nello stesso istante, ma le parole escono una alla volta: per dire qualcosa di sensato dobbiamo sbrogliare una matassa che può essere molto ingarbugliata. Dire una cosa per volta. Figuriamoci poi quando scriviamo una email o il post di un blog (ovvero: come parlare a qualcuno che spesso non ti ascolta nemmeno).

E’ bene non confidare mai troppo nel grado di attenzione (e di pazienza) del lettore. Soprattutto quando siamo al lavoro. Le nostre doti oratorie potrebbero non essere apprezzate.

Ecco dunque un decalogo di sintassi scorrevole. Per la carità, non siamo dogmatici: si tratta di indicazioni di massima, buone abitudini da prendere, non regole ferree.

1. Una frase, un pensiero
2. Il soggetto vicino al verbo
3. Soggetto + Verbo + Oggetto, gli altri complementi dopo
4. I complementi del nome vicino al nome
5. Preferite l’attivo al passivo
6. Evitate le negazioni inutili (Non è improbabile che non sia assente= è probabile che sia presente, no?)
7. Non cambiate il soggetto nella stessa frase.
8. Frase principale in cima e dopo le subordinate.
9. A proposito di subordinate: poche. Meglio un punto e cominciare un’altra frase.
10. Incisi brevi (e solo quando servono)

Per quanto riguarda il punto 5, segnalo il “contrordine” di Luisa Carrada per l’uso del passivo nei titoli sul web (che anticipa la parola-chiave nella frase).

Piccolo gioco

Veniamo ai fatti. Il testo che segue si trovava, fino a qualche anno fa, sul retro dei biglietti ferroviari (che oggi rimanda direttamente alle labirintiche condizioni di trasporto sul sito Trenitalia). E’ da sempre un cult nelle mie lezioni di scrittura. Piccolo gioco: quante delle regole sopracitate infrange? Ma soprattutto: cosa vuole dire?

I biglietti, salvo il caso in cui la validità è indicata espressamente e in cui è prevista la contestuale assegnazione del posto, possono essere utilizzati entro le 24 ore del giorno antecedente quello corrispondente del secondo mese successivo.

Non cambierei… una virgola?

Dicembre 11, 2007

Se pensate che una virgola in più o in meno non cambi la vita, eccovi un esempio che vi farà cambiare idea. E’ tratto dal Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli. Reggetevi forte:

Non ha giocato come tutti si aspettavano

Non ha giocato, come tutti si aspettavano

Cosa succede? Nel primo caso (senza virgola) la frase fila via liscia fino al punto. E’ un blocco unico. Quel “come tutti si aspettavano” arriva a ridosso di “non ha giocato” e limita la negazione: quindi, malgrado tutto, il soggetto ha giocato.

Non è così nella seconda frase. Perché? Perché “tutto a un tratto vi è uno strappo, un silenzio, un vuoto, una virgola”. Questo spazio ci permette di prendere piena coscienza di ciò che abbiamo appena letto: non ha giocato. Pausa. Quello che segue non può più attenuare la negazione.

Questo esempio ci permette di capire una cosa molto importante. Solo quando incontriamo un segno di punteggiatura noi diamo realmente senso a quello che leggiamo. E allora è proprio vero che “questi istanti di vuoto sono come delle aree di riposo durante una lunga ascensione, ci permettono di renderci conto di quello che stiamo facendo e di gustarlo pienamente” (citazione insospettabile: Tantra di Daniel Odier).

 

Come una scatola di montaggio

Dicembre 10, 2007

Il lettore non ci sente parlare, né viene aiutato dai gesti che utilizziamo per spiegarci. Vede soltanto delle parole distribuite su di una superficie. Da queste, se tutto va bene, risale a quello che volevamo dire.

Non dimentichiamo quindi che uno scritto richiede un certo impegno al lettore: non lo si “beve” come un film, in cui le scene scorrono già pronte su uno schermo. Un film va avanti anche se lo spettatore si addormenta, un racconto scritto no. E’ il lettore che deve ricreare il senso, ricostruire la storia, dare un volto ai personaggi sulla base degli indizi che gli diamo.

Per questo si dice che lo scritto non “contiene” il suo significato, ma le istruzioni per ricostruirlo. E’ un kit di montaggio: senza la buona volontà del lettore rimangono solo tanti pezzi sparsi.

Impariamo quindi a non chiedere troppo al lettore, soprattutto quando è poco esperto. Valutiamo i suoi limiti. Siamo noi a dover compiere il massimo sforzo.

In uno dei suoi tanti racconti sul gulag, Varlam Salamov descriveva la fatica di scrivere con l’immagine di una squadra di deportati che traccia una strada nella neve: una strada, non un sentiero pieno di buche, dove è più difficile avanzare che sulla neve vergine. “Quanto ai trattori e ai cavalli,” concludeva “su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori”.